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lunedì 2 agosto 2010

Quadrophenia, ritratto di una generazione



Nella Londra del 1964, prima dell’Estate dell’amore e del famigerato ’68, si muovono due bande rivali in cerca perenne di rogne: i Mods ed i Rockers. Jimmy (Phil Daniels), temperamento arrabbiato e sguardo folle come da smania generazionale d’epoca, è un mod che si sposta in branco coi suoi amici in sella a sfavillanti lambrette rigorosamente italiane, sempre pronto a calarsi di strane pasticche blu o a concedersi ad ogni rissa di passaggio con gli odiati rivali a bordo di moto rombanti. Innamorato della bella Steph (Leslie Aash), il giovane e la sua banda decidono di partecipare all’annuale Bank Holiday di Brigthon, agognato raduno festaiolo che attrae visitatori da ogni parte d’Inghilterra. Coinvolto negli scontri che scoppiano tra Mods e Rockers (e passati alla storia col nome de “La battaglia di Brigthon”), Jimmy inizia un lento e doloroso percorso di presa di coscienza di sé che lo rende consapevole della sua natura di autentico outsider restio ad ogni compromesso con la società che lo circonda. Nemmeno la famiglia e gli amici, un tempo porto sicuro per ogni irruenta intemperanza, riescono a placare le ire del giovane, perché di essi egli scopre ipocrisie e tradimenti (come Dave, il suo migliore amico, che gli soffia Steph). Uscito dal gruppo con profondo senso di amarezza, Jimmy è uno sbandato senza meta, un fuggiasco che non trova pace. La torna a cercare a Brighton, l’antico luogo dei sogni, ma il nuovo viaggio si trasformerà nel rito finale in cui celebrare la fine di ogni autentica illusione.

Tratto dall’omonimo album degli Who del 1973, Quadrophenia (nome che deriva da un disturbo del carattere), venne prodotto dal frontman della band inglese (Pete Townshend) e girato da Franc Roddam in sole cinque settimane nel 1979. La trama prende spunto da una storia realmente accaduta (il suicidio di un giovane presso la scogliera di Brighton) e si ispira ai fatti che a metà degli anni ’60 sconvolsero quel british lifestyle per cui l’Inghilterra era famosa nel mondo. D’impianto volutamente generazionale, il cult di Roddam si muove nervoso tra i brani di una colonna sonora in cui, accanto agli Who (e a quel My generation divenuto un inno del rock), spiccano nomi come Lesley Gore e James Brown. Diviso idealmente in due parti, il regista ci catapulta dapprima all’interno della bolgia stordita dei mods, in un salire lento che vede il suo acme nel viaggio a Brighton, per poi scaraventarci fuori dal sogno idealizzato, in una cruda e malinconica disillusione che rende Jimmy il più simpatico bastardo del dramma, forse perché, un po’ come avveniva con l’Alex di Arancia meccanica, la sua è una natura genuinamente folle, alla ricerca in ultima analisi della propria voce nel mondo e di quell’amore che potrebbe salvarlo, ma che invece segna l’inizio del precipitare in basso. Verso il conformismo.

Voto 8/10

Giuseppe Joe Castronuovo

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