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venerdì 23 luglio 2010

Io sono l'amore ...si, e poi?

Si può fare un montaggio parallelo tra una scena di sesso molto sensuale, luminosa e le api che impollinano i fiori? Si può far recitare un attore sperimentale italiano come Pippo Del Bono nei panni di un inespressivo piccolo borghese sacrificandone la forza viscontiana? Si può far parlare Tilda Swinton in russo e italiano per poi non rendere esprimibile il sentimento del suo personaggio? Queste e altre sconclusionate angoscie d'autore sono presenti nell'ultimo film di Luca Guadagnino. E' uscito in dvd questo mese, ma noi recensori pericolosi ci siamo permessi di sondare l'uscita nelle sale americane di Boston andandone a valutare sul posto il gradimento del pubblico. Il risultato è che ci sembra ingiusto far credere allo spettatore statunitense che il nuovo cinema italiano è quello delle storie dove alla fine in un'incredula risata si esclami "what's...?", che è come dire "E poi...e con questo?". Disgusting era la parola più comune all'uscita dalla sala. Sì, perché è una regia fatta di presunzioni, caro Guadagnino: non è che perché se Pasolini inquadrava di spalle il Cristo nel suo Vangelo per tutto il tempo della scena, bisogna poi fare lo stesso nel tuo film! Un Alba Rohrwacher che non fa altro che piangere ma brava. Una Tilda Swinton superba ma produttrice sperperona. I AM LOVE - IO SONO L'AMORE azzecca in pieno la borghesia milanese ma non coglie i favori dello spettatore, tanto meno quello esigente americano, il quale ridacchia tutto il tempo della visione per poi sghignazzare per il finale troppo pieno di simboli e interpretazioni: manca infatti nel film anche una evoluzione dei gesti dei personaggi. Che a volte vanno descritti anche solo con una battuta, pur nelle pellicole più ostiche. C'è la bella moglie che viene usata come pezzo da collezione, c'è la figlia che disobbedisce alla volontà del nonno per studiare fotografia e per innamorarsi di una donna. C'è il figlio che è l'unico, a parte la sorella, che vede la madre rispettandone la storia ma che alla fine anche lui resta imbrigliato nel suo ruolo fatto di finzione e clichè sessisti. C'è l'amico del figlio, un cuoco, che rappresenta la forza del lavoro sulla quale poggiano i capitalisti alto borghesi senza rispettarla mai. Un uomo che porta in regalo il frutto della sua fatica e del suo genio. La donna che sta al centro di tutta la vicenda rompe gli schemi e si concede sensualità e passione per tornare a vivere della sua vita vera.
La storia pretende di dare la forza drammatica di una tragedia greca o shakesperiana, ma il punto è che la regia dipinge il finale forse molto meglio di un inizio noioso. E nel cinema anche il sentimento della noia (in questo caso quella delle giornate di una famiglia ricca) va raccontato.

Voto 5/10