Qui si traduce il nuovo Cinema, i Libri, la loro Musica. Cosa sono i libri se non pellicole di carta?
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lunedì 26 settembre 2011

Che la carneficina abbia inizio



Carnage di Roman Polanski





"Guarda da vicino" recitava nel 1999 il manifesto di American Beauty, film capolavoro di Sam Mendes che scarnificava la "Bellezza Americana", denudandola dalla maschera del falso perbenismo, per mostrarne la cruda realtà.
Ebbene, l'ultimo Polanski, Carnage, focalizza maggiormente la lente d'ingrandimento per osservare ancora più da vicino e mostrarne dettagliatamente gli aspetti e le sfumature che si celano al di là delle convenzioni sociali.
Due coppie "per bene", conformi e formali apparentemente, si trovano riunite,mediante un artifizio che opera da incipit: chiarire " civilmente" la lite tra i loro figli ,sfociata in una bastonata da parte di Zachary, figlio di un avvocato e di un'operatrice finanziaria, rompendo due incisivi a Ethan, figlio di una scrittrice e un venditore di articoli casalinghi.
Da lì a poco si penetra gradualmente nella vera personalità dei personaggi,a tal punto da assistere al "massacro" verbale del tutti contro tutti, una sorta di maieutica socratica, durante la quale i personaggi si svestono dei loro "abiti" sociali e crollano criticamente in dubbi, incertezze, in problematiche irrisolte che fuoriescono violentemente, liberate dalla "compressione" imposta dalla maschera abituale.
Un film che non annoia affatto, nonostante si svolga interamente all'interno della stessa stanza, un'ora e venti di durata in toto. Non sorprende ,difatti, che sia la trasposizione cinematografica di una piece teatrale, "Il Dio del Massacro".
Un meritata plauso che va all'ottima regia di Polanski e non meno alla bravura interpretativa degli attori, di cui tre premi Oscar.
Un cast sorprendente che si muove in una partita a scacchi introspettiva e beffarda.

Voto 8/10

Paola Vitale e Stefano Tavolo

sabato 24 luglio 2010

Sogno California...e risveglio



Sogni di Bunker Hill, Einaudi, 2004 (Dreams from Bunker Hill, 1982)


Dal Colorado a Los Angeles, sognando una California a tinte verde dollaro, il giovane italoamericano Arturo Bandini insegue la chimera del successo letterario in seguito al grande salto che da cameriere presso un fastfood di Los Angeles lo porta alle dipendenze del magnate della stampa Heinrich Muller. All’alba del suo ingresso nel giro di coloro che contano, Bandini intraprende dapprima il ruolo scomodo del correttore di bozze per poi entrare nell’aureo olimpo degli sceneggiatori di Hollywood, affiancato ad una stanca e alquanto narcisistica stella cadente del panorama cinematografico locale la cui vita sembra ormai inevitabilmente lanciata sul viale del tramonto di coloro che furono. Avvilito dall’aspettativa tradita di un lavoro dalle sfolgoranti premesse, il giovane scrittore confida almeno nell’amore della proprietaria dell’hotel sito a Bunker Hill presso cui di solito dimora. Ma i sentimenti, come l’arte, sembrano plastificarsi al cospetto di una realtà consunta che vede muoversi i suoi frequentatori perennemente in bilico tra esaltazioni egocentriche di rarefatte personalità e scivoloni drammaticamente accentuati nella disperazione dell’oblio.
L’ultimo romanzo di John Fante, italoamericano del Colorado come l’alter ego di molti suoi romanzi, è un’acuta e alquanto spietata analisi del patinato mondo della Mecca del cinema americano. Il suo personaggio è un antieroe che si muove confuso per le vie di una Los Angeles estraniante che niente sembra concedere all’uomo che per un attimo abbia la ventura di imbattersi nelle retrovie della propria fragilità. Bandini, sognatore di provincia, è anche un tenero vigliacco che in più occasioni tenta di uscire dal lercio pantano in cui si trova improvvisamente invischiato, ma senza mai riuscirci del tutto, perché preda egli stesso del brillante personaggio costruitosi a furia di precipitose scalate alla propria torre d’avorio. Ma Fante, in questo suo testamento artistico, non vuole uscire di scena facendoci ingurgitare ettolitri di stilistica amarezza di stampo new bohemien e decide di concedere al lettore un’ultima speranza di salvezza. Lo fa sottovoce, attraverso il candore infantile di una filastrocca per bambini cui il nostro protagonista si affida per poter riaffacciarsi alle porte dischiuse del sogno americano. Cinico, irriverente e spietatamente sarcastico.

Voto 8/10

Giuseppe Joe Castronuovo

venerdì 5 febbraio 2010

Recensire un libro piccolo, non un piccolo libro

CHESIL BEACH di Ian McEwan



Davvero difficile sovrapporre parole proprie a quelle di un grande romanziere. Difficile, anche quando l’intenzione è di riportarne la lucidità della descrizione, la cura, l’attaccamento affettivo, quasi da padre, verso i difetti di quei personaggi, verso la descrizione di quel grigio tempo passato, da lui certamente conosciuto. Verso l’onestà.

Chesil Beach è un libro di “romantica” e struggente onestà. Veloce da leggere quanto difficile da metabolizzare, questo romanzo che parla di ventenni… ma non ai ventenni, forse. Magari ai settantenni di oggi, che si ricordano dei vent’anni nel 1963, anno in cui la nostra storia si svolge. Quei giovanissimi uomini e donne, ciascuno con una spina nel fianco, una tara culturale o, se preferite, l’analfabetismo sentimentale di un tempo troppo lontano da qui per non essere giudicato da noi con irriverente stupore e una punta di snobismo. Che importanza avrebbe per noi leggere della prima notte di nozze di due ventitreenni inglesi, non particolarmente nevrotici né insicuri, alle prese con una loro intimità da conquistare? Può uno scrittore riallestire un’impalcatura storica per raccontare un’impalcatura dei sentimenti? La penna e una mano sapiente possono tutto. E allora sappiamo cosa devono provare Edward e Florence nel tepore della loro stanza d’albergo sulla spiaggia di Chesil Beach, innamorati, incerti sul come si diventi adulti, impreparati, costretti a fare i conti con se stessi e con un tempo che falsifica le emozioni, strozza ogni slancio, frappone continui ostacoli all’amore.
Ma non è sempre accaduto, in ogni quando e in ogni dove, che una qualche forza estranea si rifiuti di far coincidere gli eventi propizi, come accade per magneti della stessa carica?
Allora, probabilmente, non è una storia adatta soltanto ai ventenni di allora, forse non è neanche semplicemente un dramma sull’indisponibilità del Destino a concedere una tregua agli affanni giovanili. Forse ci siamo sbagliati. Che tutti leggano come inciampare, guardarsi riflessi in una pozzanghera e cercare di riconoscersi non sia cosa facile. A prescindere dalle buone o cattive predisposizioni della Storia.
Buona lettura.

Voto 8/10