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martedì 31 maggio 2011

PER FARE L’ALBERO CI VUOLE IMPEGNO





The Tree of life di Terrence Malick


Indicazioni per lo spettatore: prima di recarvi al cinema, rimpinzate il vostro organismo di qualsivoglia eccitante a prova di programmi marzulliani riesca a tenervi svegli per almeno 2 ore.
Sprazzi di colore informe su fondo nero notte ci introducono ad una serie di sequenze in rapido succedersi che raccontano, in disordinata visione, il dolore per la scomparsa di qualcuno, forse di un figlio dell’America bigotta smarrito nell’imprevedibilità delle probabilità di sopravvivenza di ogni individuo. Stacco su: esplosione del Big Bang, lampi di fuoco infiammano l’iride psichedelizzata degli spettatori stupefatti, i quali, nel tripudio di amorfe forme sfumate e caleidoscopiche, cominciano a chiedersi cosa stia succedendo. E’ l’origine dell’Universo, ricreata magnificamente dal maestro Terrence Malick, e dal suo team di esperti degli effetti speciali, i quali, però, dopo mezz’ora buona di forme di vita elementare, stafilococchi ingrifati e platelminti preistorici alternati ad orogenesi e movimenti tellurici, dimenticano che lì in sala c’è gente che ha pagato per vedere quel prodotto che genericamente presenta una trama e che si chiama “film”. Qualcuno comincia a sbadigliare in sala, ma tutti sopravvivono all’impatto dell’opera vincitrice della Palma d’oro a Cannes, tranne il figlio diciannovenne del rude Brad Pitt, di cui il fratello minore, Sean Penn, rievoca il dramma in età adulta. Dov’era dio mentre il consanguineo tirava le penne? Sicuramente non al cinema, ove la pietà cristiana sembrava esser stata risparmiata ai poveri spettatori martirizzati.
Ed ecco la genesi del dramma: seguiamo nascita e adolescenza del futuro morituro, le marachelle con gli amici, gli scontri col padre, i primi pruriti e poi di colpo, bang! Torniamo alla narrazione dell’evoluzione terrestre, altri minuti di lento scorrere di creature preistoriche, spettatori che vivono il trauma di un trauma, stravaccati in poltrone scomode di cinema dormienti, in attesa che i titoli di coda abbattano la corteccia stantia di questo albero della vita che mai più nessun uomo sano di mente si sognerà di veder crescere. Soporifero.

Voto 3/10

Giuseppe Joe Castronuovo

L’ESSENZIALE CRUDELTA’ DELLA PURA VITA





THE TREE OF LIFE di Terrence Malick

Il padre padrone Brad Pitt perde l’adorato figlio diciannovenne cresciuto a pane, botte, disciplina e amore patriottico. Il trauma scuote dalle fondamenta l’americana famiglia profondamente cattolica, portando ogni singolo individuo del suo nucleo a chiedersi quale dio abbia permesso il verificarsi di tale tragedia. Ma, nell’incedere del passaggio dei giorni che scandiscono la nostra presenza sulla Terra, l’uomo è un essere troppo piccolo per pretendere d’avere l’attenzione di quella divinità che sembra voltargli le spalle nei momenti più duri, poiché la morte, mera componente dell’esistenza, ci accompagna da quando lo stesso concetto di vita è apparso sul nostro pianeta. Nel frastuono degli interrogativi che si pongono sulla presenza o meno di un dio a controllare le azioni degli uomini, Malik se ne sta in disparte ad osservare l’evolversi della vicenda, senza darci alcuna risposta, senza schierarsi da nessuna parte, ma ricostruendo con kubrickiana perizia l’origine dell’Universo, attraverso memorabili sequenze realizzate con magistrale uso della computer grafica che farebbero invidia ai documentari della famiglia Angela. La domanda si esplica attraverso la lentezza accelerata della narrazione: nel caos ordinato del riciclo di specie che, dagli albori della creazione, passando a grandi linee per i lucertoloni del Jurassico, ci porta fino alla nostra attuale condizione, cosa importa della morte di un semplice individuo, quand’egli fosse pure il giovane figlio di una famiglia bigotta? Sean Penn, il fratello superstite del defunto, se lo chiede ancora adulto mentre vaga smarrito per le vie di una New York distratta, e nessuna risposta, nonostante l’avanzare della modernità, arriva a risolvere il rimosso di quel trauma adolescenziale. Non ci rimane che la disperata ricerca delle ragioni del divino. Sempre che esso esista.

Voto 8/10

Giuseppe Joe Castronuovo