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lunedì 26 settembre 2011

Che la carneficina abbia inizio



Carnage di Roman Polanski





"Guarda da vicino" recitava nel 1999 il manifesto di American Beauty, film capolavoro di Sam Mendes che scarnificava la "Bellezza Americana", denudandola dalla maschera del falso perbenismo, per mostrarne la cruda realtà.
Ebbene, l'ultimo Polanski, Carnage, focalizza maggiormente la lente d'ingrandimento per osservare ancora più da vicino e mostrarne dettagliatamente gli aspetti e le sfumature che si celano al di là delle convenzioni sociali.
Due coppie "per bene", conformi e formali apparentemente, si trovano riunite,mediante un artifizio che opera da incipit: chiarire " civilmente" la lite tra i loro figli ,sfociata in una bastonata da parte di Zachary, figlio di un avvocato e di un'operatrice finanziaria, rompendo due incisivi a Ethan, figlio di una scrittrice e un venditore di articoli casalinghi.
Da lì a poco si penetra gradualmente nella vera personalità dei personaggi,a tal punto da assistere al "massacro" verbale del tutti contro tutti, una sorta di maieutica socratica, durante la quale i personaggi si svestono dei loro "abiti" sociali e crollano criticamente in dubbi, incertezze, in problematiche irrisolte che fuoriescono violentemente, liberate dalla "compressione" imposta dalla maschera abituale.
Un film che non annoia affatto, nonostante si svolga interamente all'interno della stessa stanza, un'ora e venti di durata in toto. Non sorprende ,difatti, che sia la trasposizione cinematografica di una piece teatrale, "Il Dio del Massacro".
Un meritata plauso che va all'ottima regia di Polanski e non meno alla bravura interpretativa degli attori, di cui tre premi Oscar.
Un cast sorprendente che si muove in una partita a scacchi introspettiva e beffarda.

Voto 8/10

Paola Vitale e Stefano Tavolo

mercoledì 21 settembre 2011

Super (?)8






Super8 di J.J. Abrams
Sei ragazzini armati di cinepresa Super8 si trovano nei pressi di una ferrovia per girare la nuova scena di un film che uno di loro sta realizzando. Ma, nel bel mezzo della ripresa, assistono involontariamente a quello che a prima vista si direbbe uno strano incidente tra un pick up che sterza improvvisamente sui binari ed il treno che in quel momento si trova a passare. Non è stato un caso. Dai vagoni in fiamme fuoriescono disordinatamente misteriosi cubi bianchi di dubbia provenienza. E mentre tutt'intorno è il fuggi fuggi generale, la cinepresa scaraventata a terra dal colpo della deflagrazione continua imperterrita a riprendere ciò che accade tra le fiamme dell'incendio sviluppatosi. E' l'incipit del nuovo film di J.J. "Lost" Abrams, ed è qui che il film nasce e muore. Si, perchè si era parlato di omaggio ai film adolescenziali degli anni '80, ma in comune con questi l'opera del regista di "Mission Impossible 3" ha solo il periodo in cui si svolge la storia (fine anni '70) e la stereotipia dei ragazzini che ivi si muovono (il grassoccio simpatico, il timido innamorato, la bella della porta accanto). Si, certo, ci sono i binari di "Stand by me", lo spirito d'avventura de "I Goonies" ed il sentore che gli extraterrestri c'entrino qualcosa (vedi "E.T."), ma il tutto si disperde nell'amalgama mal gestita che il regista mette in campo e nella prolissità del narrato che allunga il brodo in ogni suo piccolo dettaglio, facendo perdere l'emozione che i film di Spielberg sapevano regalarci e finendo per annoiare lo spettatore deluso che pensava di ritrovarsi di fronte ad un redivivo genere nel suo cuore mai estinto. Banale.

Voto 4/10

Giuseppe "Joe" Castronuovo

mercoledì 13 luglio 2011

Lo Hobbit o la Riconquista del tesssssoroooooo



Lo Hobbit o la Riconquista del tesoro di J.R.R. Tolkien

Bilbo Baggins è un hobbit come tanti: piccola statura, grandi piedi pelosi, pigrizia da vendere. Un bel giorno riceve l’improvvisa visita dello stregone Gandalf e dei suoi bizzarri accompagnatori, 13 nani dall’aria imbronciata e dall’assetata voglia di vendetta. Il piatto destinato a fredda consumazione è riservato al drago Smog, reo d’aver distrutto ed usurpato anni prima l’antico regno dei nani che si trovava sotto la Montagna Solitaria e di cui Thorin, uno dei 13 ospiti di Bilbo, è legittimo successore alla corona. Lì ancora, sotto i pendii ripidi del colle che si erge su una vallata ridotta a tetra desolazione dal fuoco vivo del drago, si nasconde il favoloso tesoro degli antenati del re nano e lì la compagnia è diretta, guidata dalla saggezza (e magia) dello stregone grigio cui, però, manca la figura di uno “scassinatore” utile al completamento della missione, Bilbo appunto. Preso alla sprovvista e privo di qualsiasi cognizione di ciò cui suo malgrado viene incaricato, lo hobbit si mette in viaggio al seguito del gruppo. Ma tanti sono gli ostacoli che ad essi si parano innanzi, primo tra tutti la presenza minacciosa dei nemici di sempre, gli orchi. Proprio durante un’imboscata di questi, Bilbo si separa dalla compagnia e, nella concitazione che segue la fuga e prima dell’incontro con una strana creatura che si annida nel sottosuolo delle Montagne Nebbiose (Gollum), trova per caso un misterioso anello dalle magiche proprietà.

Prima ancora d’incantarli con le avventure del prode Frodo, Talkien emozionò i lettori del 1937 accompagnandoli tra le pericolose lande di un mondo incantato dove lupi, aquile giganti, elfi e valorosi guerrieri vivevano all’oscuro di quanto da li a poco sarebbe accaduto a causa di un piccolo anello trovato per caso, mentre l’incandescente occhio di Slug riecheggiava terribile quello ancor più spaventoso del venturo Sauron.Narratore onnisciente, lo scrittore britannico s’incarna nella figura di Gandalf il grigio, sempre pronto a venir in soccorso ai suoi piccoli amici, ma mai disposto a concedere loro il disonore della vigliaccheria e, prendendoci per mano, ci guida alla scoperta di un universo di straordinaria verosimiglianza per i dettagli anche geografici ch’egli vi conferisce.
“Lo hobbit” è in primo luogo un romanzo fantasy di pura avventura, con tutte le caratteristiche del genere pronte a degna maturazione nel più famoso seguito de “Il signore degli anelli”, ma anche, e soprattutto, romanzo di formazione, laddove l’essere mite e pauroso di Bilbo si rivelerà eroe valoroso e fondamentale nella riuscita della missione, protagonista assoluto, con la graduale presa di consapevolezza di sé, del processo che conduce il lettore verso le future avventure della Terra di Mezzo. Avvincente.

Voto 8/10

Giuseppe Joe Castronuovo

martedì 31 maggio 2011

PER FARE L’ALBERO CI VUOLE IMPEGNO





The Tree of life di Terrence Malick


Indicazioni per lo spettatore: prima di recarvi al cinema, rimpinzate il vostro organismo di qualsivoglia eccitante a prova di programmi marzulliani riesca a tenervi svegli per almeno 2 ore.
Sprazzi di colore informe su fondo nero notte ci introducono ad una serie di sequenze in rapido succedersi che raccontano, in disordinata visione, il dolore per la scomparsa di qualcuno, forse di un figlio dell’America bigotta smarrito nell’imprevedibilità delle probabilità di sopravvivenza di ogni individuo. Stacco su: esplosione del Big Bang, lampi di fuoco infiammano l’iride psichedelizzata degli spettatori stupefatti, i quali, nel tripudio di amorfe forme sfumate e caleidoscopiche, cominciano a chiedersi cosa stia succedendo. E’ l’origine dell’Universo, ricreata magnificamente dal maestro Terrence Malick, e dal suo team di esperti degli effetti speciali, i quali, però, dopo mezz’ora buona di forme di vita elementare, stafilococchi ingrifati e platelminti preistorici alternati ad orogenesi e movimenti tellurici, dimenticano che lì in sala c’è gente che ha pagato per vedere quel prodotto che genericamente presenta una trama e che si chiama “film”. Qualcuno comincia a sbadigliare in sala, ma tutti sopravvivono all’impatto dell’opera vincitrice della Palma d’oro a Cannes, tranne il figlio diciannovenne del rude Brad Pitt, di cui il fratello minore, Sean Penn, rievoca il dramma in età adulta. Dov’era dio mentre il consanguineo tirava le penne? Sicuramente non al cinema, ove la pietà cristiana sembrava esser stata risparmiata ai poveri spettatori martirizzati.
Ed ecco la genesi del dramma: seguiamo nascita e adolescenza del futuro morituro, le marachelle con gli amici, gli scontri col padre, i primi pruriti e poi di colpo, bang! Torniamo alla narrazione dell’evoluzione terrestre, altri minuti di lento scorrere di creature preistoriche, spettatori che vivono il trauma di un trauma, stravaccati in poltrone scomode di cinema dormienti, in attesa che i titoli di coda abbattano la corteccia stantia di questo albero della vita che mai più nessun uomo sano di mente si sognerà di veder crescere. Soporifero.

Voto 3/10

Giuseppe Joe Castronuovo

L’ESSENZIALE CRUDELTA’ DELLA PURA VITA





THE TREE OF LIFE di Terrence Malick

Il padre padrone Brad Pitt perde l’adorato figlio diciannovenne cresciuto a pane, botte, disciplina e amore patriottico. Il trauma scuote dalle fondamenta l’americana famiglia profondamente cattolica, portando ogni singolo individuo del suo nucleo a chiedersi quale dio abbia permesso il verificarsi di tale tragedia. Ma, nell’incedere del passaggio dei giorni che scandiscono la nostra presenza sulla Terra, l’uomo è un essere troppo piccolo per pretendere d’avere l’attenzione di quella divinità che sembra voltargli le spalle nei momenti più duri, poiché la morte, mera componente dell’esistenza, ci accompagna da quando lo stesso concetto di vita è apparso sul nostro pianeta. Nel frastuono degli interrogativi che si pongono sulla presenza o meno di un dio a controllare le azioni degli uomini, Malik se ne sta in disparte ad osservare l’evolversi della vicenda, senza darci alcuna risposta, senza schierarsi da nessuna parte, ma ricostruendo con kubrickiana perizia l’origine dell’Universo, attraverso memorabili sequenze realizzate con magistrale uso della computer grafica che farebbero invidia ai documentari della famiglia Angela. La domanda si esplica attraverso la lentezza accelerata della narrazione: nel caos ordinato del riciclo di specie che, dagli albori della creazione, passando a grandi linee per i lucertoloni del Jurassico, ci porta fino alla nostra attuale condizione, cosa importa della morte di un semplice individuo, quand’egli fosse pure il giovane figlio di una famiglia bigotta? Sean Penn, il fratello superstite del defunto, se lo chiede ancora adulto mentre vaga smarrito per le vie di una New York distratta, e nessuna risposta, nonostante l’avanzare della modernità, arriva a risolvere il rimosso di quel trauma adolescenziale. Non ci rimane che la disperata ricerca delle ragioni del divino. Sempre che esso esista.

Voto 8/10

Giuseppe Joe Castronuovo

domenica 15 maggio 2011

Il Grande Fratello non è solo un reality per dementi


1984 di George Orwell


1984 di George Orwell

LA GUERRA E' PACE.
LA LIBERTA' E' SCHIAVITU'.
L'IGNORANZA E' FORZA.
1984. Il mondo è diviso in tre grandi conglomerati continentali in perenne guerra tra di loro per accaparrarsi il controllo dell'Africa: l'Oceania (che comprende le Americhe, le isole britanniche e l'Australia), L'Eurasia (il resto dell'Europa più una consistente porzione asiatica) e l'Estasia (Cina, Giappone ed i restanti territori asiatici).Winston Smith percorre le strade ordinate di una Londra futuristica sotto l'attento sguardo del Grande Fratello, un immaginario leader politico amorevole dietro cui, in realtà, si cela il sistema tirannico assolutista di un governo che non concede la benchè minima privacy ai suoi cittadini. Attraverso telecamere sparse per tutta la città e che si spingono fin dentro gli spazi più intimi degli appartamenti di ogni persona, il Grande Fratello controlla la vita degli abitanti dell'Oceania, ne condiziona pesantemente cultura ed abitudini, ne scruta l'incedere nei minimi particolari, eliminando qualsiasi ostacolo arrivi a minare anche lontanamente le basi del suo strapotere. Non c'è libertà di pensiero, né di parola: ognuno si muove attraverso percorsi prestabiliti da cui è vietato uscire, pena l'immediata “vaporizzazione” (metafora delle purghe staliniste) che cancella l'esistenza dell'inquisito dal corso stesso della storia. Ogni istante potrebbe essere l'ultimo, ogni amico rivelarsi nemico, ogni certezza menzogna. Persino i propri figli sono strumento di repressione, esercitando il ruolo di spie per conto del governo. A tentare di destare le coscienze dal torpore quotidiano ed instillare in esse la scintilla della rivolta, un misterioso gruppo di ribelli che si muove silenzioso tra le spire del sistema cristallizzato dietro il nome de “La fratellanza”, il cui leader, il fantomatico Goldstein, è ritenuto nemico numero uno dalle autorità di sicurezza. Incuriosito dalla figura di quest'ultimo e alla ricerca di quelle verità storiche che il governo continua imperterrito a camuffare, Winston decide di entrare segretamente in contatto con i ribelli per combattere uno stato di cose che la sua coscienza non riesce più ad accettare.

Scritto nel 1948 (il titolo è una chiara allusione all'anno di composizione, laddove le ultime due cifre dello stesso vengono semplicemente invertite), agli albori di quelle tensioni internazionali che sarebbero poi sfociate nel clima della cosiddetta “Guerra fredda”, l'opera di Orwell rivela da subito una brillante struttura ad incastri dentro cui si muove attento il suo protagonista: il consapevole immolarsi alla causa ( e ricerca) della libertà (verità) configura Winston sin dalle prime battute quale moderno martire destinato a fine sicura, ma non per questo disposto ad arrendersi. La tensione della lettura viene fuori dall'incombente senso di minaccia che si respira nella vita scannerizzata dei cittadini di questo mondo, dal filo sottile cui è legata la sopravvivenza degli uomini che si muovono al suo interno, dallo sguardo onnipresente e ubiquo del Grande Fratello, giudice e carnefice supremo che non lascia spazio ad alcuna possibilità d'appello. Winston è metafora e rappresentazione della coscienza umana incapace d'arrendersi ai dictat del regime e ad annullarsi alla volontà dei suoi rappresentanti, pronta ad emergere e ribellarsi per la giusta causa. Un'opera precorritrice di tempi, quelli di oggi, in cui il potere mediatico dei mass media piega alla volontà del tiranno di turno le masse ovine di popoli dormienti e, proprio per questo, forte nella sua intelaiatura e nel messaggio da essa sprigionata. Inno al libero pensiero, dovrebbe essere proposto nelle scuole. Capolavoro assoluto.
Voto 10/10

Giuseppe “Joe” Castronuovo

giovedì 3 marzo 2011

Macelleria cinematografica


IL CIGNO NERO di Darren Aronofsky


Una telecamera estremamente mobile accompagna lo spettatore durante 110 minuti di tensione, meglio, di inquietudine senza pudori e senza riguardo per gli stomaci più sensibili…

La ballerina Nina, che divide la propria esistenza tra la danza classica, che pratica con morbosa dedizione, e una madre castrante e frustrata, viene scelta per interpretare la protagonista del “Lago dei cigni” all’interno del New York City Ballet. Ha le caratteristiche giuste per rendere memorabile l’interpretazione del cigno bianco: è innocente, fragile, eterea. Ma troppo inibita per poter dare altrettanta convinzione all’altra parte che le tocca interpretare: il cigno nero.

Il doppio. Questo l’unico, semplicissimo nocciolo del film. Attorno a questo tormento spiraliforme senza esclusione di colpi (tutti rigorosamente splatter!) Darren Aronofsky (già regista di Requiem For A Dream e del Leone d’Oro The Wrestler) annoda la fitta sequela di “inciampi” della sua protagonista, fastidiosi quanto impressionanti (esponendo, come in una fiera macabra, la rovina di falangi, unghie e piedi torti…), e che mantengono viva l’attenzione, a fronte di una sceneggiatura francamente troppo piena di momenti loffi e troppo carente di veri slanci verso il pathos emotivo. Natalie Portman, magrissima e allucinata, ha vinto Golden Globe, premio BAFTA e Oscar.

Resta un film profondamente disturbante ma purtroppo gravemente incompleto, che recupera un poco della dignità di essere cinema nel finale (in cui la qualità scenica della mano del regista e le musiche di Čajkovskij creano un momento di partecipazione più viva), e ben recitato.

Brian De Palma e Stephen King, tanto per fare due nomi, avevano fatto molto meglio sull’argomento. Insegnandoci molte più cose.

Buona visione

6/10

martedì 5 ottobre 2010

«Qual è il parassita più resistente? Un’idea.»


INCEPTION di Christopher Nolan


L’ultima fatica di Christopher Nolan, preceduta da un battage pubblicitario fra i più accattivanti, riesce a non deludere le aspettative di chi è alla ricerca di cine-divertimento e qualche vertigine.

Nell’apparentemente molto macchinosa vicenda, il protagonista è il misterioso Dom Cobb (Leonardo DiCaprio), che ha un tragico passato e un mestiere molto particolare. E’ infatti un “estrattore”: sottrae con l’inganno i segreti più nascosti e più importanti che gli individui custodiscono nel proprio subconscio. Come? Intrufolandosi nei loro sogni, dove nessuno possiede controllo, le difese sono inesistenti, le porte sono schiuse ai traumi vissuti…

Per avere la possibilità di tornare a casa dal suo esilio deve compiere un’ultima missione, un compito inverso rispetto a quello solito: non estrapolare idee ma impiantarne una nella mente di un potente erede, affinché smembri l’impero di famiglia a beneficio del magnate concorrente, che commissiona il lavoro a Cobb. Si tratta dell’inception (in italiano tradotto con “innesto”).

Su quello che pare un semplice, banale compito (infondere in un soggetto un’idea che sembri del tutto spontanea) è incentrata buona parte del film.

Di gran pregio la confezione, arricchita dai fragori orchestrali di Hans Zimmer (Il gladiatore, Il codice DaVinci) che collabora questa volta con l'outsider Johnny Marr (mitico chitarrista degli Smiths). Una fotografia metallica e i raffinati effetti speciali che Nolan ha voluto in gran parte realizzare meccanicamente, incorniciano un racconto scandito da sogni che si incastrano come scatole cinesi (per raggiungere la sfera di pensieri più intima del soggetto), in cui i protagonisti, le maestranze che Cobb riunisce, lottano, corrono, saltano, tentano una difesa disperata dalle proiezioni maligne del subconscio ospitante. Compresa la defunta moglie di Cobb (Marion Cotillard), novella Erinni, che continua a funestare i sogni del marito.

Il film, considerato dai più non immediatamente comprensibile per la sua (affascinante!) struttura a incastro, si rivela in realtà godibile per lo spettatore, anche se a tratti si fatica a seguire i serrati dialoghi che sono indispensabili per comprendere tutti i passaggi. Come ha giustamente sottolineato Paolo Mereghetti sulle pagine del Corriere, Nolan non è, a differenza di quanto aveva dimostrato nel precedente Il cavaliere oscuro, preoccupato di mostrare nei minimi dettagli tutte le componenti hi-tech che rendono la storia possibile (correndo il rischio di disseminarla di “buchi”), bensì di sviluppare la sua particolare fascinazione, raccontando il luogo più primordiale e labirintico di tutti: la mente umana.

Non bisogna essere dei gran cinefili per avere più volte una sensazione di dejà-vu (Matrix, Avatar, etc…), ma l’idea di fondo si dimostra originale e Inception non delude le aspettative che la filmografia di Nolan porta con sé. In fin dei conti è l’intrattenimento intelligente che fa grande il cinema, e che rimane. Buona visione.


Voto 7,5/10



lunedì 5 aprile 2010

Thirst di Park Chan-Wook


Ha vinto il premio della giuria al Festival di Cannes 2009, ripresentato al pubblico italiano in occasione dell’8° KoreaFilmFest Florence; ancora, ahinoi, non doppiato ma pur sempre asciutto nella sua forza. Thirst di Park Chan-wook (autore di Old boy e Lady Vendetta) in realtà tutto è tranne che un horror. Perché il vampirismo, in Thirst, è sostanzialmente un dettaglio, un pretesto e un artificio narrativo per parlare di ben altro, nonostante alcune scene che comunque potranno soddisfare i palati degli amanti del cinema dell’orrore più raffinato.
Perché nasconde moltissimi temi, come anche molti finali, la storia di un prete cattolico che, dopo essersi volutamente inoculato un gravissimo virus per farsi cavia per un vaccino, si becca anche il “virus” del vampirismo dopo una trasfusione: dopo l’esperimento andato storto, cambiato nel fisico e nella mente, avvia una relazione clandestina con la “moglie” (o schiava) repressa e insoddisfatta di un amico d’infanzia, si “trasforma” ancora di più innamorandosi (ricambiato) di lei. Quel che è rimasto di umano in lui dovrà lottare fino alla morte per non scomparire definitivamente. Lo farà condividendo le depravazioni. Perché Thirst è anche un film che parla d’Amore (di coppia ed in senso comunitario), di compassione, di egoismi e bramosie, di redenzione, di quali siano le modalità adatte per fare del “bene”, ponendo anche interrogativi sulla natura dell’idea stesso di atto caritatevole. Thirst è un film che mette in luce come l’amore reciproco possa essere una meravigliosa forma di cannibalismo mentale e morale: proprio come i mille finali in cui la storia evolve, ci sono perversioni che si alternano tra l’egoismo e l’altruismo. Il registro varia: dalla commedia, all’orrore, al melodramma, i livelli s’intrecciano, le invenzioni linguistiche si susseguono senza soluzione di continuità. Gli orizzonti del cinema del genio folle di Park Chan-Wook si fanno più ampi e variegati, si conferma la voglia di sorprendere e sperimentare con una levità quasi giocosa.
Si conferma il talento di un regista che è capace di colpire gli occhi e il cuore con immagini cinematografiche di rara efficacia e potenza: un paio di scarpe che vengono donate da lui a lei alla metà del film, ritornano in un finale bellissimo e struggente. VOTO 8.

lunedì 15 marzo 2010

The Hurt Locker, ovvero l’Inferno secondo Bigelow



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Muri decrepiti, polvere, strade sconnesse. Il robot antimine degli artificieri USA avanza rapido tra macerie logore, i suoi cingoli calpestano ciò che resta di una Bagdad martoriata da anni di guerra. Uomini curiosi e bambini sorridenti si affacciano sulla via farfugliando parole incomprensibili. Fili rossi sbucano dal terreno: sotto ammassi di calcinacci sbiaditi si cela l’ennesimo ordigno di un nemico invisibile. Non è l’inferno, ma la sua rappresentazione più fedele, l’Irak odierno. 40 giorni all’alba, il sergente maggiore William James (Jeremy Renner, candidato all’Oscar per questo ruolo), 800 sminamenti alle spalle, viene spedito sul campo di battaglia ad affiancare il sergente JT Sanborn (Anthony Mackie) e lo specialista Owen Eldridge (Brian Geraghty). La macchina da presa, rigorosamente a spalla, segue i marines in ogni loro spostamento, ne simula lo sguardo attraverso rapidi movimenti in continua sequenza, brusche zoomate mettono a fuoco finestre, tetti, minareti, ponti, casupole, qualunque luogo in cui possa annidarsi un terrorista. Non c’è un attimo di tregua, né di trama, almeno stando ai parametri del cinema classico. Questa è la guerra, nuda e cruda, senza infarcimenti del cinema di genere, mera ricostruzione di giorni qualunque nella terra di nessuno.

Kathryn Bigelow serra le fila dell’epopea bellica senza prendere posizioni precise sulla giustezza o meno di un conflitto che insanguina le coscienze occidentali da qualche lustro a questa parte o, almeno, così sembra. I suoi sono antieroi che si muovono veloci tra cumuli di ostilità, contando i giorni rimasti da scontare al fronte insieme al palpitante spettatore che ne segue le gesta. In realtà, dietro l’apparente neutralità del narrato, la regista di Strange Days e Point Break costruisce un’opera robusta dal forte impianto antimilitaristico, come sembra suggerirci ad inizio visione la citazione secondo la quale “la guerra è una droga” che crea una dipendenza fortissima. E l’astinenza da esplosivo letale del rimpatriato sergente James rischia di portare ad una paranoica follia il reduce americano, preda per sempre di ossessioni dure a morire. L’unica cura per il cancro dell’inferno bellico sembra essere il ritorno ad esso, laddove i giorni che passano non sono più lente tappe verso l’alba del ritorno, ma solo oscuri segni su un calendario della memoria che ormai conosce solo tramonti. 5 Oscar (film, regia, sceneggiatura originale, montaggio e montaggio del suono) ed una camomilla al plastico per smaltire il tutto.

VOTO: 8

Giuseppe “Joe” Castronuovo

mercoledì 10 marzo 2010

Colazione indigesta da Tiffany



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Nella Sierra Leone degli anni ’90, Solomon Vandy (Djimon Hounsou) si ritrova coinvolto nel conflitto che oppone le forze governative locali ai ribelli del Revolutionary United Front (RUF). Mentre la moglie finisce in un campo profughi ed il figlio viene rapito dai ribelli e iniziato alla dura vita dei bambini soldato, Solomon, prigioniero in un campo per la ricerca illegale di diamanti grezzi, scopre una pietra preziosa dal colorito roseo di rara bellezza. Liberato dai soldati dell’esercito regolare, l’uomo incontra Archer (Leonardo Di Caprio), ex mercenario dello Zimbabwe e adesso trafficante di diamanti, che decide di aiutarlo a ritrovare i suoi cari a patto che egli riveli dove ha nascosto il grosso diamante trovato precedentemente. Con l’aiuto di Maddy (Jennifer Connely), giornalista impegnata sul fronte del traffico illegale dei “diamanti insanguinati”, inizia una tragica avventura on the road sullo scorcio di una vicenda che potrebbe benissimo essere tratta da una storia vera. Edward Zwick, reduce dal successo del mediocre “L’ultimo samurai”, torna ad imbastire un’opera dal classico impianto hollywoodiano al servizio, però, del film di denuncia impegnato, provando ad aprire gli occhi allo spettatore sul losco traffico di diamanti che per anni ha insanguinato una parte dell’Africa. Colpendoci allo stomaco con una miscela di sequenze crude da mandar giù, il regista mette in campo una sceneggiatura scorrevole farcita da uno stillicidio di scene d’azione nella quale si muovono agili i bravissimi interpreti di cui sopra. 5 candidature all’Oscar (tra cui quella per Leonardo Di Caprio come migliore attore protagonista e per Djimon Hounsou come migliore attore non protagonista), per un film che ci rende consapevoli di quanto sangue possa celarsi dietro al luccichio di un diamante e che dovrebbe farci riflettere ogni qualvolta ci fermiamo a fare colazione da Tiffany.

VOTO 7 e 1/2

Giuseppe "Joe" Castronuovo

martedì 16 febbraio 2010

An (mala) education




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Londra, 1961: Jenny ha sedici anni, il viso pulito di Carey Mulligan ed un sogno nel cassetto: andare ad Oxford. Un giorno di pioggia battente, mentre se ne sta sotto l’acquazzone in compagnia del suo violoncello ad aspettare l’arrivo di una polmonite fulminante, incontra David (Peter Sarsgaard), 30 anni, perfetto sconosciuto dall’aria ammaliante al volante di una fuoriserie vecchio tipo cabriolet, che le offre un passaggio con modi gentili da serial killer. La ragazza ovviamente accetta, gli spettatori meno, ma siamo solo all’inizio dell’avventura cinematografica di Nick Nornby e le cose possono ancora migliorare. I genitori di Jenny, inetti in continua caduta dalle nuvole, accettano senza fiatare l’arrivo del piacione David nella vita della loro amata figliola e poco importa se questi, oltre ad avere quasi il doppio degli anni di lei, potrebbe rovinarle ogni velleità professionale, perché il suo apparente status sociale lo eleva al rango di buon partito e promette stabilità e sicurezza. In realtà, dietro l’apparenza da bravo suddito britannico, si nasconde un lupo col vizio di amori adolescenziali e truffe facili, troppo fragile nella sua natura per poter persino aspirare a perdere il pelo e Jenny si ritroverà a dover fare i conti con la disillusione di chi ha quasi mollato tutto per puntare sul nulla di una strada senza uscita. Ma la redenzione da questa educazione sentimentale finita male giunge a un quarto d’ora dalla fine della pellicola, con una brusca virata della regista Lone Scherfig che risolvendo, le angherie in scena in una manciata di minuti, stona pubblico e critica col pessimo tempismo della costruzione drammaturgica del narrato, facendoci scendere di soppiatto da quella macchina su cui a inizio film eravamo saliti di buon grado. E a niente vale sapere che l’opera è tratta dalle memorie della giornalista inglese Lynn Barber, perché lo smarrimento e la sensazione di esser rimasti a piedi sulla strada di un cinema furbo di facile impatto, sembrano essere le uniche cose che ci accompagnano durante i titoli di coda. Mediocre.

Voto 5