Qui si traduce il nuovo Cinema, i Libri, la loro Musica. Cosa sono i libri se non pellicole di carta?
Cos'è la musica se non immagini che ci fanno vibrare?
Visualizzazione post con etichetta giuseppe castronuovo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta giuseppe castronuovo. Mostra tutti i post

martedì 31 maggio 2011

PER FARE L’ALBERO CI VUOLE IMPEGNO





The Tree of life di Terrence Malick


Indicazioni per lo spettatore: prima di recarvi al cinema, rimpinzate il vostro organismo di qualsivoglia eccitante a prova di programmi marzulliani riesca a tenervi svegli per almeno 2 ore.
Sprazzi di colore informe su fondo nero notte ci introducono ad una serie di sequenze in rapido succedersi che raccontano, in disordinata visione, il dolore per la scomparsa di qualcuno, forse di un figlio dell’America bigotta smarrito nell’imprevedibilità delle probabilità di sopravvivenza di ogni individuo. Stacco su: esplosione del Big Bang, lampi di fuoco infiammano l’iride psichedelizzata degli spettatori stupefatti, i quali, nel tripudio di amorfe forme sfumate e caleidoscopiche, cominciano a chiedersi cosa stia succedendo. E’ l’origine dell’Universo, ricreata magnificamente dal maestro Terrence Malick, e dal suo team di esperti degli effetti speciali, i quali, però, dopo mezz’ora buona di forme di vita elementare, stafilococchi ingrifati e platelminti preistorici alternati ad orogenesi e movimenti tellurici, dimenticano che lì in sala c’è gente che ha pagato per vedere quel prodotto che genericamente presenta una trama e che si chiama “film”. Qualcuno comincia a sbadigliare in sala, ma tutti sopravvivono all’impatto dell’opera vincitrice della Palma d’oro a Cannes, tranne il figlio diciannovenne del rude Brad Pitt, di cui il fratello minore, Sean Penn, rievoca il dramma in età adulta. Dov’era dio mentre il consanguineo tirava le penne? Sicuramente non al cinema, ove la pietà cristiana sembrava esser stata risparmiata ai poveri spettatori martirizzati.
Ed ecco la genesi del dramma: seguiamo nascita e adolescenza del futuro morituro, le marachelle con gli amici, gli scontri col padre, i primi pruriti e poi di colpo, bang! Torniamo alla narrazione dell’evoluzione terrestre, altri minuti di lento scorrere di creature preistoriche, spettatori che vivono il trauma di un trauma, stravaccati in poltrone scomode di cinema dormienti, in attesa che i titoli di coda abbattano la corteccia stantia di questo albero della vita che mai più nessun uomo sano di mente si sognerà di veder crescere. Soporifero.

Voto 3/10

Giuseppe Joe Castronuovo

domenica 15 maggio 2011

Il Grande Fratello non è solo un reality per dementi


1984 di George Orwell


1984 di George Orwell

LA GUERRA E' PACE.
LA LIBERTA' E' SCHIAVITU'.
L'IGNORANZA E' FORZA.
1984. Il mondo è diviso in tre grandi conglomerati continentali in perenne guerra tra di loro per accaparrarsi il controllo dell'Africa: l'Oceania (che comprende le Americhe, le isole britanniche e l'Australia), L'Eurasia (il resto dell'Europa più una consistente porzione asiatica) e l'Estasia (Cina, Giappone ed i restanti territori asiatici).Winston Smith percorre le strade ordinate di una Londra futuristica sotto l'attento sguardo del Grande Fratello, un immaginario leader politico amorevole dietro cui, in realtà, si cela il sistema tirannico assolutista di un governo che non concede la benchè minima privacy ai suoi cittadini. Attraverso telecamere sparse per tutta la città e che si spingono fin dentro gli spazi più intimi degli appartamenti di ogni persona, il Grande Fratello controlla la vita degli abitanti dell'Oceania, ne condiziona pesantemente cultura ed abitudini, ne scruta l'incedere nei minimi particolari, eliminando qualsiasi ostacolo arrivi a minare anche lontanamente le basi del suo strapotere. Non c'è libertà di pensiero, né di parola: ognuno si muove attraverso percorsi prestabiliti da cui è vietato uscire, pena l'immediata “vaporizzazione” (metafora delle purghe staliniste) che cancella l'esistenza dell'inquisito dal corso stesso della storia. Ogni istante potrebbe essere l'ultimo, ogni amico rivelarsi nemico, ogni certezza menzogna. Persino i propri figli sono strumento di repressione, esercitando il ruolo di spie per conto del governo. A tentare di destare le coscienze dal torpore quotidiano ed instillare in esse la scintilla della rivolta, un misterioso gruppo di ribelli che si muove silenzioso tra le spire del sistema cristallizzato dietro il nome de “La fratellanza”, il cui leader, il fantomatico Goldstein, è ritenuto nemico numero uno dalle autorità di sicurezza. Incuriosito dalla figura di quest'ultimo e alla ricerca di quelle verità storiche che il governo continua imperterrito a camuffare, Winston decide di entrare segretamente in contatto con i ribelli per combattere uno stato di cose che la sua coscienza non riesce più ad accettare.

Scritto nel 1948 (il titolo è una chiara allusione all'anno di composizione, laddove le ultime due cifre dello stesso vengono semplicemente invertite), agli albori di quelle tensioni internazionali che sarebbero poi sfociate nel clima della cosiddetta “Guerra fredda”, l'opera di Orwell rivela da subito una brillante struttura ad incastri dentro cui si muove attento il suo protagonista: il consapevole immolarsi alla causa ( e ricerca) della libertà (verità) configura Winston sin dalle prime battute quale moderno martire destinato a fine sicura, ma non per questo disposto ad arrendersi. La tensione della lettura viene fuori dall'incombente senso di minaccia che si respira nella vita scannerizzata dei cittadini di questo mondo, dal filo sottile cui è legata la sopravvivenza degli uomini che si muovono al suo interno, dallo sguardo onnipresente e ubiquo del Grande Fratello, giudice e carnefice supremo che non lascia spazio ad alcuna possibilità d'appello. Winston è metafora e rappresentazione della coscienza umana incapace d'arrendersi ai dictat del regime e ad annullarsi alla volontà dei suoi rappresentanti, pronta ad emergere e ribellarsi per la giusta causa. Un'opera precorritrice di tempi, quelli di oggi, in cui il potere mediatico dei mass media piega alla volontà del tiranno di turno le masse ovine di popoli dormienti e, proprio per questo, forte nella sua intelaiatura e nel messaggio da essa sprigionata. Inno al libero pensiero, dovrebbe essere proposto nelle scuole. Capolavoro assoluto.
Voto 10/10

Giuseppe “Joe” Castronuovo

domenica 11 aprile 2010

Domani niente scuola




Chi sono i ragazzi di oggi? Cosa sono? Dove vanno? Che fanno?
Andrea Bajani, classe ’75, curioso di dar un volto e una voce alla generazione sconosciuta di cui tanto si fa un gran parlare, prova a capire meglio il mistero di questi alieni che turbano le nostre coscienze, seguendoli nell’epopea simil biblica della famigerata gita scolastica di fine anno. L’esperimento viene condotto con tre scuole scandagliate in altrettanti punti nevralgici del Paese (Torino, Firenze e Palermo) e coinvolge le classi quinte dei rispettivi istituti superiori. Mete scelte per la trasmigrazione settimanale sono Parigi e Praga. Dopo un timido avvio tra le fila scombinate di studenti festanti, a bordo di autobus trasformati in vecchi pulmini hippie o, a seconda delle circostanze, in dormitori erranti, Bajani scopre, o meglio, riscopre, un universo fatto di gioie e delusioni, piccole speranze e grandi sogni, nuovi slang scanditi al ritmo di brani da Ipod e vecchie preoccupazioni salite al rango di classici intergenerazionali. Ma, soprattutto, svela l’arcano di un mondo in fin dei conti non così distante da quello dei suoi diciotto anni e lo fa con assoluta sincerità, senza cadere vittima dei pregiudizi massmediatici di cui i ragazzi oggi sembrano essere preda.

Quello dello scrittore è uno sguardo lucido, ma divertito, sul futuro della società italiana e sul suo immediato passato (i docenti, amorevoli padri dal piglio frustrato, su cui cade compassionevole e morbida la mannaia dell’analizzatore), al fine di scardinare da qualsivoglia forma di stereotipia l’immagine di una generazione apparentemente tanto distante, quanto controversa. D’altra parte, quale generazione non lo è stata?

Voto 8

Giuseppe “Joe” Castronuovo

lunedì 15 marzo 2010

The Hurt Locker, ovvero l’Inferno secondo Bigelow



">

Muri decrepiti, polvere, strade sconnesse. Il robot antimine degli artificieri USA avanza rapido tra macerie logore, i suoi cingoli calpestano ciò che resta di una Bagdad martoriata da anni di guerra. Uomini curiosi e bambini sorridenti si affacciano sulla via farfugliando parole incomprensibili. Fili rossi sbucano dal terreno: sotto ammassi di calcinacci sbiaditi si cela l’ennesimo ordigno di un nemico invisibile. Non è l’inferno, ma la sua rappresentazione più fedele, l’Irak odierno. 40 giorni all’alba, il sergente maggiore William James (Jeremy Renner, candidato all’Oscar per questo ruolo), 800 sminamenti alle spalle, viene spedito sul campo di battaglia ad affiancare il sergente JT Sanborn (Anthony Mackie) e lo specialista Owen Eldridge (Brian Geraghty). La macchina da presa, rigorosamente a spalla, segue i marines in ogni loro spostamento, ne simula lo sguardo attraverso rapidi movimenti in continua sequenza, brusche zoomate mettono a fuoco finestre, tetti, minareti, ponti, casupole, qualunque luogo in cui possa annidarsi un terrorista. Non c’è un attimo di tregua, né di trama, almeno stando ai parametri del cinema classico. Questa è la guerra, nuda e cruda, senza infarcimenti del cinema di genere, mera ricostruzione di giorni qualunque nella terra di nessuno.

Kathryn Bigelow serra le fila dell’epopea bellica senza prendere posizioni precise sulla giustezza o meno di un conflitto che insanguina le coscienze occidentali da qualche lustro a questa parte o, almeno, così sembra. I suoi sono antieroi che si muovono veloci tra cumuli di ostilità, contando i giorni rimasti da scontare al fronte insieme al palpitante spettatore che ne segue le gesta. In realtà, dietro l’apparente neutralità del narrato, la regista di Strange Days e Point Break costruisce un’opera robusta dal forte impianto antimilitaristico, come sembra suggerirci ad inizio visione la citazione secondo la quale “la guerra è una droga” che crea una dipendenza fortissima. E l’astinenza da esplosivo letale del rimpatriato sergente James rischia di portare ad una paranoica follia il reduce americano, preda per sempre di ossessioni dure a morire. L’unica cura per il cancro dell’inferno bellico sembra essere il ritorno ad esso, laddove i giorni che passano non sono più lente tappe verso l’alba del ritorno, ma solo oscuri segni su un calendario della memoria che ormai conosce solo tramonti. 5 Oscar (film, regia, sceneggiatura originale, montaggio e montaggio del suono) ed una camomilla al plastico per smaltire il tutto.

VOTO: 8

Giuseppe “Joe” Castronuovo

venerdì 12 marzo 2010

La Trilogia di New York



Città di vetro. Nel cuore della notte di una New York silente e allucinata, Daniel Quinn, autore di romanzi polizieschi, riceve una telefonata da uno sconosciuto che lo ha scambiato per l’investigatore Paul Auster. Indossati gli affascinanti panni di quest’ultimo, Quinn decide di incontrare il suo misterioso interlocutore. Peter Stillman, questo il nome dell’uomo, è un individuo dal passato torvo: dopo la morte della madre, il padre, ossessionato dalla ricerca del linguaggio primigenio, lo tenne segregato in casa sua nascondendolo agli occhi del mondo e impedendogli ogni contatto con l’esterno, fino quando la vicenda non venne casualmente scoperta e il carceriere arrestato. Adesso che il padre ha scontato la galera, Peter e sua moglie affidano al falso Auster il compito di pedinarlo per evitare qualsivoglia forma di vendetta e scoprire quali piani nasconde.
Fantasmi. L’investigatore Blue viene incaricato dal suo capo, il fantomatico White, di mettersi sulle tracce del misterioso Black e spiare pedissequamente ogni passaggio della sua vita. Stabilitosi nell’appartamento frontale a quello di Black con l’intenzione di svelarne le mosse, Blue finirà per perdersi nell’ossessione della scoperta della verità, smarrendo in tal maniera ogni contatto con la realtà e scoprendo in ultima analisi la labilità del confine che separa l’essere cacciatore dall’essere preda.
La stanza chiusa. Nel placido scorrere di un’esistenza monotona, lo scrittore protagonista di questa storia viene contattato dalla moglie del vecchio amico Fanshawe, scomparso misteriosamente anni prima, affinché decida cosa fare del voluminoso materiale scritto che l’uomo ha lasciato alla donna, come da quest’ultimo espressamente richiesto prima della sua scomparsa. Attraverso i manoscritti dell’amico, lo scrittore ricostruirà i passaggi sconnessi di un’esistenza sopra le righe, fino a calarsi ossessivamente nei panni di Fanshawe con l’intenzione di iniziarne la ricerca. Ma l’arrivo inaspettato di una lettera da parte di quest’ultimo rimette tutto in bilico.

Pubblicati negli States tra il 1985 ed il 1987 e raccolti in Italia in un unico volume edito da Enaudi, i racconti de La Trilogia di New York segnano il punto di intersezione tra il noir classico alla Ellroy ed il più complesso impianto kafkiano che catapulta gli antieroi del mondo di Auster in una New York visionaria popolata da fantasmi che ne solcano le abuliche vie. Preda delle proprie ossessioni, ognuno dei protagonisti al centro delle vicende narrate finirà vittima del capovolgimento delle parti, in un folle gioco di rimandi autocitazionistici che lentamente, ma inesorabilmente, porterà il lettore alla consapevolezza d’esser stato a sua volta protagonista di un metaromanzo nel quale ogni storia concorre a chiarire il senso di quella precedente. Si, perché La Trilogia non è una vera raccolta, ma un unico romanzo dispiegato in tre parti affinché chi ne abbia la voglia e l’attenzione possa ricostruirne gli indizi lasciati sparsi dall’autore e tracciare una superiore trama che valica la superficialità del racconto poliziesco per approdare ad una più seria ricerca dell’introspezione dell’individuo.

“Cominciò con un numero sbagliato, tre squilli di telefono nel cuore della notte e la voce all'apparecchio che chiedeva di qualcuno che non era lui. Molto tempo dopo, quando fu in grado di pensare a ciò che gli era accaduto, avrebbe concluso che nulla era reale tranne il caso. Ma questo fu molto tempo dopo. All'inizio, non c'erano che il fatto e le sue conseguenze. La questione non è se si sarebbero potuti sviluppare altrimenti o se invece tutto fosse già stabilito a partire dalla prima parola detta dallo sconosciuto. La questione è la storia in sé: che abbia significato o meno, non spetta alla storia spiegarlo” (da Città di vetro)

Voto 8

Giuseppe "Joe" Castronuovo